I pionieri della Pedagogia

Tiziano Dall’Osso

Il ‘600 è stato un secolo fondamentale per la Pedagogia, qualcosa di nuovo stava maturando, si stava affermando una forma di realismo pedagogico, introdotto dai principi divulgati da Michele Montaigne (1533-1592) secondo cui si doveva puntare sull’educazione dell’uomo saggio, che non conosce formalismo ne pedanteria, bensì apertura della mente al bello e al buono, da qualunque parte lo si possa apprendere, quindi anche dagli antichi, che non vanno perciò ripudiati ma neanche imitati passivamente.

Uno dei principali fautori di questo realismo pedagogico è stato Giovanni Comenio (1592-1670) protestante e teologo moravo. Il suo “Didactica magna” trasuda entusiasmo, con il quale esprime i suoi convincimenti pedagogico-didattici. Quello che lui prefigura è un “nuovo mondo scolastico”, una rinnovata dottrina dell’istruzione e dell’educazione, propone di elaborare un metodo in virtù del quale gli insegnanti insegnino meno e gli scolari imparino di più.

Comenio osserva che l’uomo ha perso entrambi i paradisi che Dio gli aveva donato: il paradiso terrestre e il paradiso spirituale, la via umana in virtù della quale possiamo emendarci e purificarci è l’educazione.

L’opera educativa dell’uomo deve iniziare presto, nell’età della fanciullezza, poiché solo allora l’educando è più tenero, più duttile. L’opera educativa non deve essere appannaggio di pochi: tutti i fanciulli devono ricevere educazione e istruzione. Lo stesso autore, considera di fondamentale necessità che si aprano scuole per la gioventù, che tengano conto della psicologia del fanciullo e della sua evoluzione mentale (concezione del tutto rivoluzionaria per quell’epoca). La parola chiave di questo suo concetto è: pansofismo, da pan = tutto e sofìa = sapienza; insegnare tutto a tutti.

La filosofia di Comenio è improntata su una sorta di naturalismo pedagogico: ispirarsi alla natura, è questa la massima sostanziale della sua pedagogia e della sua didattica, tutto ciò senza dimenticare lo spirito religioso, vivo e vitale nella mente di Comenio, tanto che la natura e le cose sono costantemente considerate espressioni di Dio, strumenti di Dio, offerte di Dio.

Nel Didactica magna non manca un piano di ordinamento scolastico che viene articolato in quattro tipi di scuole, che debbono aver cura degli educandi, rispettivamente, fino ai sei anni, fino ai dodici, fino ai diciotto e fino ai ventiquattro, e cioè:

  1. la scuola del grembo materno
  2. la scuola di lingua nazionale
  3. la scuola di latino
  4. l’accademia (l’università)

tenendo presente due canoni fondamentali della Didactica comeniana e cioè il principio che si deve insegnare tutto a tutti e l’altro, secondo il quale ogni grado superiore di studio deve riassumere e perfezionare quello inferiore si comprenderà che, per Comenio, ciascuno dei quattro tipi di scuola debba toccare, in un crescendo di qualità e di approfondimento, tutto lo scibile. Nella scuola del grembo materno prevarrà l’insegnamento della morale, che costituisce la base del carattere del futuro uomo. La scuola di lingua nazionale insegnerà a leggere, scrivere, fare i calcoli e imparare gli inni sacri. La scuola di latino impartirà gli insegnamenti di grammatica, scienze naturali, matematica e storia sacra e profana. L’accademia permetterà al giovane, attraverso fornite biblioteche, la possibilità di raggiungere un alto perfezionamento specialistico nelle discipline alle quali si sente vocato (musica, poesia, medicina ecc.)

Nel pensiero di Comenio, nel quale abbiamo trovato affermazioni naturalistiche e intimistico-religiose, rieccheggiano le esigenze della cultura umanistica rinascimentale e della religione protestante.

Tra i suoi meriti, quello di aver posto le basi della scuola materna , riconoscendo un significato di “scuola” all’educazione delle ginocchia materne (solo più tardi con Froebel nascerà esplicitamente il giardino d’infanzia); di aver apprezzata ed esaltata la funzione di educatrice di tutti che è propria della scuola (sarà poi merito di Pestalozzi l’esaltazione della scuola elementare alla funzione di autentica scuola popolare); di aver dato l’esempio e l’avvio alla moderna organizzazione della scuola.

Per tutti questi meriti, Comenio può ben avere il titolo di iniziatore della pedagogia moderna.

Giovanni Amos Komensky (Comenius è il nome latinizzato) nacque in Moravia, a Niwniz, nel 1592. Tutta la sua vita fu una continua testimonianza di fede ardente nella religione (per questo patì persecuzioni d’ogni genere), nella bontà della natura e nei valori pedagogico-didattici. Durante la guerra dei trent’anni fu costretto all’esilio, per le sue idee religiose non cattoliche. Nonostante ciò la sua fama di pedagogista si diffuse in tutta Europa, Inghilterra e Svezia lo incaricarono di mettere a punto per loro la riforma della scuola. Nel 1651, in Ungheria, costituì una scuola di cultura universale, la “Schola Pansophica”. Morì in Olanda nel 1670

Le più famose opere pedagogico-didattiche di Comenio sono: la Ianua linguarum reserata del 1631; la Didactica magna del 1640; l’Orbis sensualium pictus del 1658.

Il concetto naturalistico dell’educazione, anticipato da Comenio, viene maggiormente delineato dai pensatori più rappresentativi vissuti nel sei e settecento: John Locke (1632-1704) e Jean-Jacques Rousseau (1712-1778). Il primo, segna in campo pedagogico il punto di equilibrio in cui si incontrarono tutte le istanze della pedagogia seicentesca, la ragione e la naturalezza, il pensiero e l’esperienza; per questo, Locke, fu definito il filosofo dell’empirismo.

L’opera pedagogica fondamentale di Locke è senza dubbio “Pensieri sull’educazione”, una raccolta di consigli dispensati per via epistolare al nobile signore Edoardo Clarke, per l’educazione dei figli di quest’ultimo. Ad una prima lettura, una siffatta raccolta di pensieri sparsi, potrebbe far pensare ad un elenco di precetti contenenti istruzioni sulla pratica educativa dei fanciulli, tuttavia l’opera, non si riduce ad una precettistica, ma contiene, se pur meno appariscente, una soluzione organica del problema pedagogico, la quale fa capo ad alcuni principi fondamentali, che costituiscono i motivi essenziali della moderna pedagogia.

John Locke, attraverso un aforisma: maxima debetur pueris reverentia ribadisce la necessità del rispetto della personalità dell’educando e quindi della sua libertà fatta di entusiasmo e di espansività; libertà che va incanalata dalla sapiente opera dell’educatore, facendo si che il fanciullo faccia ciò che deve con interesse e raggiunga la pienezza di uomo senza comprimere gli slanci; conciliazione quindi della libertà con l’autorità.

La pedagogia lockiana è dunque una pedagogia liberale ma anche disciplinare; l’educazione, per Locke, deve suscitare, esaltare ma anche fortificare nell’educando le buone attitudini, sia per quanto riguarda la vita del pensiero che quella dell’azione.

Locke distingue l’educazione in fisica, morale e istruzione. Prima l’educazione fisica, che è, per lui, la base delle altre ed ultima l’istruzione, meno importante rispetto all’educazione del carattere. Pensieri sull’educazione adotta come inno la massima di Giovenale “Mens sana in corpore sano”: fine educativo del pensiero pedagogico di John Locke è quello di realizzare un uomo padrone di sé e dei propri atti perché sano di corpo e ragionevole di mente.

Castighi e premi, mezzi correttivi anche in quell’epoca frequentemente usati, non sono da Locke banditi ma sapientemente selezionati: sono da abolire quasi del tutto i castighi violenti e del tutto i premi che troppo lusingano i sensi: le percosse e tutte le altre specie di punizioni servili e corporali, non costituiscono una disciplina che sia conveniente all’educazione di coloro che vogliamo formare come uomini saggi, buoni e schietti; perciò si debbono usare molto raramente, e solo nelle gravi occasioni e nei casi estremi. D’altro canto, bisogna con egual cura evitare di lusingare i bambini col dar loro, come ricompense, cose che a loro piacciano.

La grandezza di Locke pedagogista è stata messa in dubbio da alcuni pensatori che lo hanno accusato di avere elaborato esclusivamente degli aforismi, ispirati al buon senso e non abbia saputo offrire una pedagogia, cioè una concezione filosofica dell’educazione, in cui quei concetti potessero trovare la loro vita.

Ma, a questo proposito, è giusto puntualizzare che anche un semplice aforisma, se è ispirato dal buon senso, deve valere di fronte al lume della ragione (lo stesso Cartesio diceva “buon senso ossia ragione).

La filosofia del rinascimento e la filosofia moderna (quella che sta alle spalle di Locke) avevano scoperto il valore della natura e della naturalità (il motivo naturalistico, legato alla fede religiosa, era stato il fondamento della pedagogia comeniana). In Locke l’esigenza naturalistica si traduce in un paziente lavoro di analisi dell’esperienza e delle funzioni e conoscenze su di essa formate; la pedagogia di Locke è la traduzione, in termini di dottrina dell’educazione, di tale esigenza e di tale metodo: per lui, infatti, l’educazione deve rivolgersi alla vita fisiologica, sensoriale, sentimentale e intellettuale. Educazione dunque di tutto ciò che nell’uomo è naturale.

John Locke, nacque a Wrington, vicino a Bristol, il 29 agosto del 1632. Scrisse la sua opera più celebre, il saggio sull’intelletto umano, in Olanda, dove nel 1683 fu costretto ad esulare per le sue idee politiche, ma pubblicò lo stesso saggio in Inghilterra, nel 1690, quando potè tornare in patria. Locke ebbe risalto, oltre che come filosofo, anche come esperto di dottrine politiche, con i suoi trattati sul governo civile. Pensieri sull’educazione, l’opera citata in precedenza, che raccoglie il suo credo pedagogico, è stata scritta nel 1693.

Locke chiuse la sua vita vicino a Londra, in Oates, ospite di lady Masham, nell’ottobre del 1704.

Jean-Jacques Rousseau, come John Locke fonda i suoi principi pedagogici sul concetto naturalistico; il filosofo svizzero (è nato a Ginevra) auspica un ritorno alla natura, non inteso come un arretramento culturale e civile bensì come un modo, per lui il migliore, per abbandonare uno stato sociale artificioso e guasto, per affidarsi a ciò che nell’uomo è semplice, spontaneo, elementare e fondamentale: la natura umana, non alterata dalla cattiva società.

Il concetto di natura, è ben presente nell’Emilio, definito un romanzo pedagogico, anche se con due differenti possibili significati: natura come realtà spirituale nel suo libero svolgimento personale e natura come “legge di natura”, distinta e anteriore allo sviluppo della personalità spirituale.

Rousseau scrisse l’Emilio nel 1762, dalla sua residenza francese, subito dopo la pubblicazione del libro fu osteggiato dal clero e dalle autorità politiche che consideravano l’opera troppo rivoluzionaria tanto da costringerlo a rifugiarsi in Svizzera.

 Secondo Rousseau il bambino nasce buono e puro, ma la società corrotta che lo circonda lo guasta. Per sottrarlo a questa influenza egli lo mette di fronte a sé stesso, alla propria coscienza, alla natura. L’Emilio racconta la storia di un educando, affidato alle cure di un precettore (Emilio è immaginato orfano), dal primo anno di vita all’età in cui egli forma la sua famiglia. Tutto ciò si svolge attraverso cinque libri.

Il primo libro dell’opera, che si occupa dell’educazione di Emilio nell’età dell’allattamento, cioè durante il primo anno di vita, si apre con una professione di fede nella bontà della natura:

tutto ciò che esce dalle mani dell’autore delle cose è bene; tutto degenera nelle mani dell’uomo. Questi costringe una terra a nutrire i prodotti di un’altra, un albero a portare i frutti di un altro; mescola e confonde i climi, le stagioni, mutila il suo cane, il suo cavallo: non vuole niente come natura l’ha fatto.

Già in queste prime righe dell’Emilio è possibile apprezzare la personalità del filosofo. Rousseau non è un visionario, i mali della società che lui stigmatizza sono reali. I limiti del suo pensiero sono dovuti al temperamento dell’uomo, il cui ardore non è inferiore all’intelligenza, che si getta nella sua impresa, con tutto lo slancio, senza esitazioni, ed anche, spesso, senza misura. Da questo derivano le affermazioni paradossali, le esagerazioni. Ad esempio, tutti concordano nel riconoscere possibile inculcare in un giovane le virtù che lo faranno un onest’uomo e insieme un buon cittadino. Ma il filosofo, nella appassionata esaltazione della bontà naturale e nella non meno appassionata invettiva contro le artificiose convenzioni sociali, taglia corto: occorre decidere se formare un uomo o un cittadino; giacchè non si può fare simultaneamente l’uno e l’altro. Rousseau afferma che l’educazione più importante è quella che si riferisce all’uomo naturale, quella che insegna all’uomo l’arte di apprezzare e di impiegare validamente la sua elementare umanità: vivere è il mestiere che io voglio insegnargli.

Irrobustire il corpo dal primo momento della vita è di estrema importanza, per l’autore, in vista della stessa futura educazione dell’anima. Il corpo non deve essere imprigionato e coartato, perciò niente fasce, intese come primo segno di violenza. Un’educazione fondata sul principio della bontà della natura, non può compiersi che là ove la natura è più autentica, cioè in campagna. La figura della mamma poi è fondamentale: senza mamma, non vi è figlio. Stiamo attenti a non curare troppo i bambini, soddisfacendo ogni loro desiderio, li renderemmo deboli e sempre bisognosi d’aiuto. Per Roussseau le nutrici mercenarie sono indesiderabili, se proprio bisogna usufruirne, vanno scelte con circospezione.

Il secondo libro accompagna l’educazione di Emilio dall’età delle prime parole fino al dodicesimo anno. Il tema centrale è sempre: seguire la natura, importante in questa età, come lo è stato nel lattante. Il bambino non è un uomo, nel trattare con lui pensiamo più alla sua felicità attuale che al suo interesse futuro. Il filosofo invita a trascurare le lezioni verbali e il ragionamento nell’atto di educare il fanciullo, privilegiando l’esperienza, anche se a volte dolorosa, anche se non darà risultati immediati, alla lunga aiuterà il fanciullo a conoscere la vita.

L’età dell’essere umano che va dai 12 ai 15 anni è caratterizzata dall’esuberanza delle forze, nel terzo libro Emilio imparerà ad adoperare queste sue potenzialità, sviluppando gli studi che la sua curiosità avrà stimolato; costruendo con le sue mani gli strumenti necessari alla sua istruzione e se qualche volta sarà ingannato non correggete i suoi errori. Quando poi Rousseau mette in mano ad Emilio un libro, non sarà di certo Aristotele o Plinio ma Robinson Crusoe.

Dopo questa terza fase dell’educazione, Emilio ha acquisito poche conoscenze, ma quelle che ha sono veramente sue, egli non sa niente a metà. E’consapevole della sua ignoranza, ma è sicuro che col tempo potrà imparare un’infinità di altre cose.

Il quarto libro si occupa dell’età della giovinezza di Emilio, fino a quando si formerà una famiglia. Il passaggio dalla fanciullezza alla giovinezza, per Rousseau, è come una seconda nascita; assistiamo al rivelarsi delle passioni e all’ingresso nella vita di uomo di Emilio, il quale sente che non è più solo al mondo. E’il momento di insegnargli la storia, che è morale in azione. Aperto così alle prime nozioni del bene e del male, il giovane sente la voce della coscienza: è venuta l’ora che impari a conoscere la religione, una concezione di religione naturale e cioè razionale, spiegata da Rousseau attraverso la professione di fede del vicario Savoyard.

L’ultimo libro, il quinto è quello in cui Emilio, ormai adulto, si sposa con Sofia. In questo libro è la donna la protagonista, studiata in sé stessa e in rapporto all’uomo. Rousseau si dimostra antifemminista, tracciando un quadro negativo della figura femminile: l’uomo è attivo e forte, la donna passiva e debole; l’uno vivrà nella franchezza, l’altra nell’astuzia e nella civetteria.

Jean-Jacques Rousseau è nato a Ginevra il 28 giugno del 1712, la sua fama di filosofo iniziò quando ormai trentenne, trasferitosi in Francia, vinse un concorso bandito dall’Accademia di Digione. Nel 1750 con Discorso sulle scienze e le arti esaltava i suoi concetti ispirati alla natura. L’Emilio, scritto nel 1762, fu giudicato troppo rivoluzionario e, ricercato dal clero e dalle autorità politiche, dovette ritornare in Svizzera.

Da qui poi, ospite del filosofo Hume in Inghilterra. Morì il 2 luglio del 1778 in Francia, a Ermenonville.

Bibliografia:

L.Paggiaro – Storia della Pedagogia – 1966

G.Comenio – Didactica magna – 1640

J.Locke – Pensieri sull’educazione- 1693

J.J.Rousseau – Emilio – 1762 N.Latronico – Storia della Pediatria – 1977

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